Improvvisamente l’estate scorsa

The Men's edit

Era strana quell’estate, sin dall’inizio. Un po' a causa del tempo, un momento sembrava Irlanda con un cielo grigio pieno di pioggia e un giorno sembrava di essere ai Caraibi.

Ma strano, soprattutto, è stato quell’incontro. Strano è stato conoscere Frances. Strano è stato l’effetto di quell’intrusione inaspettata che ha scompigliato il nostro piccolo, ordinario, rassicurante mondo.

Come ogni estate, sin da quando avevamo undici anni, dopo la partitella quotidiana, ci trovavamo Al Cantar per trascorrere insieme interi pomeriggi assonnati combattuti tra la “lljua” e i discorsi impegnati. Dopo una discesa a mare rocambolesca tra cespugli bassi e scomposti, elicrisi e ginepri, piante testarde e fiere che tengono testa a venti instancabili, e tante, tante spine e petraie, si arrivava su una distesa di rocce scivolose che precipitando sul mare aperto creano, assiepandosi, delle piscine interne che formano un paesaggio lunare surreale.




Sembra che mare e terra abbiano bisticciato e solo un asteroide piombato dal cielo abbia messo fine a una guerra interminabile.



Ma la battaglia continua tutti i giorni e qualche volta ha la meglio il mare e qualche volta la terra. Noi non ce ne curavamo, appollaiati sugli scogli come cormorani in attesa di una preda ci tuffavamo disordinati e urlanti a dispetto del vento e del mare di dentro che cercava di calmare il furioso mare di fuori.




E ascoltando musica sempre, fumavamo. Sempre noi, sempre gli stessi e sempre uniti. Negli anni qualcuno è arrivato da fuori, i ragazzi “des vilatges”, dei villaggi, come diciamo noi che siamo born and raised in town, noi, i ragazzi di AL GHETTO. Vanno e vengono i ragazzi di Al Ghetto ma gli irriducibili siamo noi.




Io Llleo detto Leopardo Liquido, Bino, Nenno, Jay, Giaff, Lorenzino, Tatino Tatone, Just Oliva, il Conte, Michael, Dario e Pala. Tutti uguali anche se ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi. Quell’estate è stata diversa per tutti. I new entry arrivavano da tanti luoghi. Chi da “la capitale”, Cagliari, chi dalla Norvegia, chi da Milano ma tutti si erano acclimatati come indigeni.

On the other hand, the one who caused disturbance was the sudden appearance of Frances. Frances blew us all, took us by surprise. At first we stayed silent, looking at each other with astonishment. We saw her arrive walking on the rocks like a gazelle, royal like a queen, with a long kimono that caressed the rocks and skimmed the water. She was wearing a blue bathing suit and numerous necklaces and a cap. She was alone but seemed accompanied by a court of servants and maids.

We pretended to be highly uninterested and tried not to stare at her with a questioning look that meant: where is she coming from? Or even: how did this diva dare to arrive so snobbishly and occupy our territory?

Who was she? What did she want? What was she doing?


Beautiful. Oh yes, she was beautiful. No, even better: she was perfect, spectacular, like a goddess arising from the waters.

Huge blue eyes, long eyelashes, bright red lips, white and rosy skin, blond and wavy hair falling over the shoulders, slim but shapely body, thin and wiry feet, long and tapered legs: she was an spectacular appearance that aroused awe.


Who was she? Where was she from? Was she real?

Dopo lo sbigottimento iniziale, abbiamo fatto finta di ignorarla ma tutto risultava falso e costruito. Niente era più come prima, niente era naturale. Tutto veniva fatto in funzione di Frances. Tuffarsi, nuotare, dormire, parlare, ridere, cantare.




Il primo che si è fatto avanti è stato Bino. Forte dei suoi baffetti da sparviero si è avvicinato e ha iniziato a parlarle. Noi ad uno ad uno, piano con lentezza e titubanza, l’abbiamo raggiunto, incorniciando Frances come una pietra preziosa. Frances è stata splendida. Era abituata a tanta attenzione e si divertiva a provocarci. Da quel giorno è stata una gara a chi si distingueva, a chi indossava il costume più colorato, la canottiera più intarsiata o la camicia più composita, più evidente, più riconoscibile, più interessante agli occhi di Frances.




Io, un giorno mi sono portato pure Babette, la cagnetta di mia madre, pur di attirare l’attenzione.




Frances era imprevedibile. A volte non ci degnava di uno sguardo e noi dall’alto di una roccia come uno stormo affamato la fissavamo cercando di catturarne lo sguardo e niente, non c’era verso di attirarne l’attenzione. Non esistevamo sebbene fossimo gli unici umani di quel luogo. Delle volte era felicissima di ascoltare le nostre storie e rideva, parlava, ci interrogava, sapeva i nostri nomi, li ricordava e li ripeteva con quel tono di voce unico e indimenticabile. L’unico tono di voce capace di suscitare desiderio e inadeguatezza allo stesso tempo.






Niente è stato più come prima Al Cantar. Frances non è più ritornata dopo quell’estate ma noi eravamo già cambiati.